Studentessa magistrale LM-11 — Shanghai Advanced Research Institute (Cina)
Tesi «METAL-CH – Micro- and non-destructive Examination of Technological processes and provenance in Ancient Metals for Cultural Heritage»
I miei oggetti di studio sono delle scorie metallurgiche di ferro, ovvero gli scarti di lavorazione lasciati dai metallurghi dell’antica città preromana di Falerii Veteres, nel viterbese. Materiali come questi possono sembrare semplici rocce vulcaniche, simili a pomici, ma una volta analizzati permettono di ricostruire informazioni importantissime che altrimenti andrebbero perse: qual è il minerale «originario» utilizzato per produrre un certo oggetto metallico, che temperatura hanno raggiunto le fornaci durante il processo e quanto fosse avanzata la tecnologia dei fabbri dell’epoca. La mia giornata tipo si divideva tra laboratorio e scrivania: seguivo le misure dei miei campioni insieme ai colleghi cinesi e pulivo al computer i dati grezzi, trasformandoli in grafici e mappe di distribuzione del ferro.
Ho usato il microscopio elettronico a scansione (SEM-EDS), per osservare la microstruttura ad altissimo ingrandimento e determinare la composizione chimica locale dei campioni; la spettroscopia di assorbimento di raggi X (XAS), per studiare lo stato di ossidazione e l’ambiente atomico di ferro e calcio tramite luce di sincrotrone; l’imaging a fluorescenza di raggi X (SR-XFI), per mappare visivamente in 2D la distribuzione del ferro nella matrice della scoria; la diffrazione di raggi X (XRD), per identificare con precisione la struttura cristallina di tutti i minerali presenti; e infine software dedicati (Athena e Origin) per elaborare gli spettri, confrontarli con standard noti e ricostruire le mappe grafiche.
Prima di entrare nel mondo della conservazione dei beni culturali, davo per scontato che i reperti nei musei fossero semplicemente lì, custodi di una storia già scritta. Lavorando sul campo, però, ho scoperto che quegli stessi oggetti hanno molto altro da raccontare e possono essere interrogati scientificamente: su ogni oggetto ci sono tracce invisibili a occhio nudo in grado di confermare, o di riscrivere e mettere in discussione, teorie storiche consolidate.
Il mio legame con questo percorso è viscerale: non riuscirei a immaginarmi altrove. Forse è una visione un po’ romantica, ma è la più vera. È un corso impegnativo, che richiede di affrontare la triade forse più temuta: fisica, chimica e biologia. Ma la soddisfazione che si prova durante lo studio nel sentirsi davvero utili per il mondo dell’arte e dell’archeologia non ha eguali. L’idea di poter ridare una vita ai reperti, di poterli proteggere e rendere tramandabili in sicurezza per le generazioni future, ripaga ogni fatica. Ci considero un po’ i medici dei beni culturali. Se, come me, sentite di avere un attaccamento profondo per la storia e per l’arte, e fin da piccoli speravate di catapultarvi in un’altra epoca solo sfiorando un oggetto, allora avrete tutto ciò che serve per questo corso.




